Cronache di spogliatoio

CRONACHE DI SPOGLIATOIO

Calcio, cuore, passione, orgoglio, appartenenza. In un'unica parola: emozioni. read less

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L’ULTIMO gol di LE TISSIER ||| Quando LE GOD fece esplodere SOUTHAMPTON
11-11-2022
L’ULTIMO gol di LE TISSIER ||| Quando LE GOD fece esplodere SOUTHAMPTON
Se mai dovesse capitarvi di passeggiare per le strade di Southampton alla ricerca di quello che fu il vecchio stadio dei Saints, non trovereste altro che un centro residenziale. È il prezzo da pagare per la modernità: il St Mary’s sorge a pochi metri dalle rive del fiume Itchen mentre il The Dell era uno di quegli impianti squisitamente britannici, con gli spalti che trovavano spazio in mezzo alle case, spuntando all’improvviso tra i vicoli. Lì dove una volta c’era il prato, oggi c’è il parcheggio interno del condominio. E tra i vari appartamenti ce ne è uno riadattato a casa vacanze, prenotabile online, senza fatica. I gestori, con una mossa illuminata, gli hanno dato il nome dell’uomo che su quel prato aveva guadagnato i gradi di divinità. E che, in quanto tale, aveva realizzato l’ultimo gol segnato in gare ufficiali all’interno di quello stadio. 19 MAGGIO 2001 – ULTIMA PARTITA UFFICIALE AL THE DELL L’incredibile carriera di Matthew Le Tissier sta giungendo al termine. Non aveva mai avuto i crismi dell’atleta modello, ma da un paio d’anni il suo declino pare evidente. È costantemente sovrappeso, non riesce a reggere i ritmi di una Premier League che è cambiata sotto i suoi occhi, diventando un campionato sempre più competitivo, in grado di attirare campioni che per anni avevano snobbato l’Inghilterra. Per amore del Southampton, o anche solo per la volontà di non uscire dalla comfort zone che si era creato, nel corso degli anni aveva rifiutato offerte di ogni tipo. Nel 1990 aveva detto no al Tottenham, la squadra per cui faceva il tifo da bambino. Seguiva le partite degli Spurs da lontano, da Saint Peter Port, la capitale di Guernsey, un pezzo di terra che sorge tra la Francia e l’Inghilterra: Channel Islands, le chiamano da quelle parti. Una zona particolare, che ricade sotto le dipendenze della Corona non per la sovranità del Regno Unito, ma per quella dell’antico Ducato di Normandia. Era arrivato giovanissimo al Southampton e non se ne era più andato, segnando gol incredibili, perché il modo di calciare di Le Tissier non aveva rivali. Era in grado di trovare la porta da distanze siderali, con angoli impossibili. Vederlo ciondolare in mezzo al campo palla al piede, abbozzando dribbling che riuscivano soltanto grazie al suo straordinario talento tecnico, non potendo contare sulla rapidità, era un’esperienza per certi versi addirittura surreale. Esiste una generazione cresciuta vedendo i gol di Le Tissier in maniera fugace, in quelle sintesi iper rapide che passavano sui canali secondari o satellitari, un rifugio per gli esteti. Italiani, tedeschi, spagnoli, rapiti a guardare delle magie che passavano in tv di sfuggita, con sorpresa e ammirazione. «In una tv catalana c’era un programma di mezz’ora ogni lunedì in cui facevano vedere i migliori gol della Premier League. Le Tissier c’era sempre, ogni settimana. Faceva dei gol assurdi. Pum! Pallone sotto l’incrocio. Pam! Finta e pallone sopra la testa di un difensore per poi fare gol. Pum! Una punizione incredibile. Mi chiedevo: “Ma perché rimane al Southampton? Potrebbe giocare con chiunque!”. In casa eravamo tutti fissati per lui» (Xavi) Aveva avuto un rapporto a dir poco controverso con la Nazionale inglese. Nonostante le prodezze, non era entrato per davvero nel giro fino all’arrivo in panchina di Glenn Hoddle, il suo idolo da bambino: era il 1996, con i sogni del primissimo «Football’s coming home» mandati in fumo dal rigore di Gareth Southgate contro la Germania. Si era ritrovato in campo in una partita dal peso specifico enorme, quella di Wembley contro l’Italia. Una gara che l’Italia di Cesare Maldini aveva vinto grazie a una saetta di Gianfranco Zola, lasciando a bocca aperta gli inglesi, che pure erano già abituati da qualche mese a vedere da vicino le giocate di quello che avevano ribattezzato, con un tocco di genialità, “Magic Box”.
L’ULTIMO gol di LE TISSIER ||| Quando LE GOD fece esplodere SOUTHAMPTON
11-11-2022
L’ULTIMO gol di LE TISSIER ||| Quando LE GOD fece esplodere SOUTHAMPTON
Se mai dovesse capitarvi di passeggiare per le strade di Southampton alla ricerca di quello che fu il vecchio stadio dei Saints, non trovereste altro che un centro residenziale. È il prezzo da pagare per la modernità: il St Mary’s sorge a pochi metri dalle rive del fiume Itchen mentre il The Dell era uno di quegli impianti squisitamente britannici, con gli spalti che trovavano spazio in mezzo alle case, spuntando all’improvviso tra i vicoli. Lì dove una volta c’era il prato, oggi c’è il parcheggio interno del condominio. E tra i vari appartamenti ce ne è uno riadattato a casa vacanze, prenotabile online, senza fatica. I gestori, con una mossa illuminata, gli hanno dato il nome dell’uomo che su quel prato aveva guadagnato i gradi di divinità. E che, in quanto tale, aveva realizzato l’ultimo gol segnato in gare ufficiali all’interno di quello stadio. 19 MAGGIO 2001 – ULTIMA PARTITA UFFICIALE AL THE DELL L’incredibile carriera di Matthew Le Tissier sta giungendo al termine. Non aveva mai avuto i crismi dell’atleta modello, ma da un paio d’anni il suo declino pare evidente. È costantemente sovrappeso, non riesce a reggere i ritmi di una Premier League che è cambiata sotto i suoi occhi, diventando un campionato sempre più competitivo, in grado di attirare campioni che per anni avevano snobbato l’Inghilterra. Per amore del Southampton, o anche solo per la volontà di non uscire dalla comfort zone che si era creato, nel corso degli anni aveva rifiutato offerte di ogni tipo. Nel 1990 aveva detto no al Tottenham, la squadra per cui faceva il tifo da bambino. Seguiva le partite degli Spurs da lontano, da Saint Peter Port, la capitale di Guernsey, un pezzo di terra che sorge tra la Francia e l’Inghilterra: Channel Islands, le chiamano da quelle parti. Una zona particolare, che ricade sotto le dipendenze della Corona non per la sovranità del Regno Unito, ma per quella dell’antico Ducato di Normandia. Era arrivato giovanissimo al Southampton e non se ne era più andato, segnando gol incredibili, perché il modo di calciare di Le Tissier non aveva rivali. Era in grado di trovare la porta da distanze siderali, con angoli impossibili. Vederlo ciondolare in mezzo al campo palla al piede, abbozzando dribbling che riuscivano soltanto grazie al suo straordinario talento tecnico, non potendo contare sulla rapidità, era un’esperienza per certi versi addirittura surreale. Esiste una generazione cresciuta vedendo i gol di Le Tissier in maniera fugace, in quelle sintesi iper rapide che passavano sui canali secondari o satellitari, un rifugio per gli esteti. Italiani, tedeschi, spagnoli, rapiti a guardare delle magie che passavano in tv di sfuggita, con sorpresa e ammirazione. «In una tv catalana c’era un programma di mezz’ora ogni lunedì in cui facevano vedere i migliori gol della Premier League. Le Tissier c’era sempre, ogni settimana. Faceva dei gol assurdi. Pum! Pallone sotto l’incrocio. Pam! Finta e pallone sopra la testa di un difensore per poi fare gol. Pum! Una punizione incredibile. Mi chiedevo: “Ma perché rimane al Southampton? Potrebbe giocare con chiunque!”. In casa eravamo tutti fissati per lui» (Xavi) Aveva avuto un rapporto a dir poco controverso con la Nazionale inglese. Nonostante le prodezze, non era entrato per davvero nel giro fino all’arrivo in panchina di Glenn Hoddle, il suo idolo da bambino: era il 1996, con i sogni del primissimo «Football’s coming home» mandati in fumo dal rigore di Gareth Southgate contro la Germania. Si era ritrovato in campo in una partita dal peso specifico enorme, quella di Wembley contro l’Italia. Una gara che l’Italia di Cesare Maldini aveva vinto grazie a una saetta di Gianfranco Zola, lasciando a bocca aperta gli inglesi, che pure erano già abituati da qualche mese a vedere da vicino le giocate di quello che avevano ribattezzato, con un tocco di genialità, “Magic Box”.
L'attore di DEADPOOL ha comprato la 3ª squadra PIÙ ANTICA del mondo per portarla in Premier League
04-11-2022
L'attore di DEADPOOL ha comprato la 3ª squadra PIÙ ANTICA del mondo per portarla in Premier League
“Odio dirlo, ma ora sono così ossessionato dal calcio che sto iniziando a odiarlo” (Ryan Reynolds)  Se siete appassionati di cinema, il nome di Ryan Reynolds sicuramente vi suona familiare. Potrebbe risultarvi un po’ più oscuro(.) quello di Rob McElhenney, ma se nel corso degli anni avete amato la serie It’s Always Sunny in Philadelphia, allora non avrete dubbi neanche su di lui. Ok, ma cosa c’entrano due attori, produttori e sceneggiatori con una delle storie di Cronache? Questo insospettabile duo ha deciso di investire 2 milioni e mezzo di dollari nel Wrexham, club gallese che milita nella National League, il quinto livello del calcio inglese. Una mossa apparentemente senza senso, vista la distanza dalla Premier League, ma che in poco più di un anno e mezzo ha già portato frutti notevoli.   Il Wrexham, per la coppia di attori, rappresentava una base intrigante da cui partire: buonissime strutture per la categoria e una storia interessante. Se è ancora più o meno dibattuto il fatto che rappresenti la terza squadra professionistica più antica della storia, non sembrano esserci dubbi sul fatto che sia il club più antico del Galles. Lo stadio è sempre lo stesso dall’anno della fondazione, il 1864: si gioca al Racecourse Ground, un impianto costruito addirittura nel 1807. Il suo primo utilizzo, come è facile intuire dal nome, fu quello di ippodromo. La prima partita di calcio giocata al Racecourse Ground fu quella tra il Wrexham e una selezione cittadina di vigili del fuoco: era il 22 ottobre del 1864. Nel corso della sua lunghissima storia, non è mai andato al di sopra della Seconda Divisione inglese, apice raggiunto nella stagione 1978-79, stesso anno in cui costrinsero al replay il Tottenham nel quarto turno di FA Cup. Parallelamente, il Wrexham disputava anche la Coppa del Galles, vinta ben 23 volte: questo gli ha permesso, nel corso degli anni, di partecipare spesso alla Coppa delle Coppe. Il miglior risultato europeo della storia del club è il quarto di finale raggiunto nel 1976, perso di misura contro l’Anderlecht.
L'ULTIMA CHAMPIONS della Juventus ||| Ajax - Juventus 1996
25-10-2022
L'ULTIMA CHAMPIONS della Juventus ||| Ajax - Juventus 1996
Il primo indizio su chi vincerà la finale di Champions League 1996 Juventus-Ajax compare sullo schermo quando l'arbitro Diaz Vega ha fischiato l'inizio da meno di dieci secondi. Davids appoggia a Frank De Boer che allarga a sinistra per Winston Bogarde, un metro e 95, il più alto dei colossi olandesi. A naso, un frontale con Bogarde non sembra il modo migliore per iniziare una finale di Champions: ma non è questa l'idea di Moreno Torricelli, che debutta nella partita falciandolo di netto nella sorpresa dello stesso Bogarde, che non si aspettava di essere livellato al suolo dopo dieci secondi. L'Ajax campione in carica, presuntuoso e ottimista come da tradizione olandese, non se l'aspettava una Juventus così.Nella primavera 1994 la Juventus ha sterzato di 180 gradi, passando da Boniperti e Trapattoni alla cosiddetta Triade – in ordine alfabetico Roberto Bettega, Antonio Giraudo e Luciano Moggi – che come primo atto fondante della rivoluzione ha messo in panchina Marcello Lippi, tecnico senza pedigree che non è ancora andato oltre un piazzamento UEFA con il Napoli. Scelta felicissima. La squadra da battaglia che il 22 maggio 1996 aggredisce e soffoca l'Ajax in un pressing senza quartiere è la fusione di tre anime distinte e complementari, la modernità e la tradizione. La prima anima è quella tecnica, nata dopo una pesante sconfitta a Foggia nell'ottobre 1994: da quel giorno Lippi ha ordinato ai suoi uomini di rischiare, alzare il baricentro, sottoporre ogni avversario a un pressing feroce. La squadra l'ha seguito compatta come un blocco di granito già dalle partite successive: due settimane dopo, l'1-0 con il Milan campione d'Italia e d'Europa finito 11 volte in fuorigioco ha fatto capire a Lippi che la strada è quella giusta. C'è un grande leader motivazionale a dare l'esempio e tirare la carretta, Gianluca Vialli. A seguirlo un gruppo di buoni giocatori, nessun campione, accomunati dalla fame di chi ha mangiato il pane duro della bassa serie A o addirittura della serie B: Angelo Di Livio, Antonio Conte, Sergio Porrini, Fabrizio Ravanelli. Il caso più eclatante è quello di Moreno Torricelli, pescato nel 1992 dalla Juventus nel reparto Imballaggi & Spedizioni di un mobilificio di Giussano, dove pare che sia esposta una targa in omaggio al loro dipendente più famoso. Giocava in serie D, nella Caratese, e ha folgorato Trapattoni in un'amichevole estiva tanto che il Trap ha insistito con la società per regalargli un mese di prova. Non se n'è più andato. Roberto Baggio lo ha soprannominato “Geppetto” e ogni tanto, scherzando, gli chiede se può sistemare i tavolini che ballano in spogliatoio; ascolta musica heavy metal, in campo gioca con una foga agonistica ineguagliabile e uno sguardo spiritato che all'Avvocato ricorda gli occhi di Totò Schillaci nelle Notti Magiche di Italia 90.Tutti i giorni, fin dal ritiro di Chatillon, li torchia in allenamento “il marine”: Giampiero Ventrone. Ventrone fa segnare un passaggio brutale dalle preparazioni soft di Trapattoni a quattro-cinque ore di palestra di seguito, con punte di sadismo inedite per il calcio degli anni Novanta. Il principale strumento di tortura si chiama “la campana della vergogna”, un esercizio che stimola non solo i muscoli ma anche l'orgoglio: enorme, tutta dorata, la campana sta in un angolo del campo, onnipresente in ognuno dei massacranti esercizi fisici ideati da Ventrone. Il primo giocatore a mollare è obbligato ad andarla a suonare, in segno di resa: un momento che li umilia anche psicologicamente davanti ai compagni. E ora guardatele quelle facce nel momento più importante della loro carriera, mentre Andrea Bocelli sta cantando l'inno della Champions. Sono impressionanti: non ce n'è uno che stia fermo, tutti scalpitano, sciolgono i muscoli, sbuffano, impazienti di scaricare la tensione di queste settimane.
RONALDO ‘98 ||| Quando il FENOMENO diventò LEGGENDA
18-10-2022
RONALDO ‘98 ||| Quando il FENOMENO diventò LEGGENDA
Proviamo a fare un piccolo esperimento. Chiudete gli occhi. Se vi dico: «Pensate alla prima immagine di Ronaldo con la maglia dell’Inter nella sua prima stagione», cosa vi viene in mente? Il gol a Parigi contro la Lazio, quella danza che stende Marchegiani e consegna definitivamente la Coppa Uefa all’Inter dopo le firme di Zamorano e Zanetti? Oppure quella sfida aperta all’impenetrabilità dei corpi a Mosca, il controllo orientato in mezzo a due centrali dello Spartak ridotti a sagome, la capacità di pattinare sul fango tra un difensore e l’altro come se fosse totalmente incorporeo? La sterzata a Bologna nel giorno del suo primo gol in Serie A, la finta di calciare con il destro per poi ritrovarsi il pallone di colpo sul sinistro, con Paganin incapace di elaborare in pochi secondi quanto stava accadendo? O forse la punizione a giro contro il Parma, un bacio alla traversa e Buffon impietrito, impossibilitato ad abbozzare una qualsiasi reazione? E se invece fosse quella fuga alle spalle dei centrali milanisti nel giorno del derby di ritorno? Moriero che mette in mezzo un pallone telecomandato dalla trequarti e il corpo di Ronaldo che si modella in volo per trovare il modo migliore per andare all’impatto, l’emblema plastico del concetto che si portava dietro in una celebre campagna pubblicitaria: la potenza è nulla senza controllo. Sono tutte scelte legittime, perché pescare dall’album dei ricordi di quella prima stagione interista di Ronaldo è praticamente impossibile. Non c’era nulla che non potesse fare, nulla che non gli riuscisse. Faceva sembrare tutto facile anche quando era tremendamente difficile. Eppure, se qualcuno mi costringesse, pistola alla tempia, a prendere una sola azione, un solo frammento di quel Ronaldo imprendibile, di quel Ronaldo che purtroppo non avremmo più visto da lì a poco, non avrei dubbi.
La STORIA di Pierluigi COLLINA ||| Il miglior ARBITRO di SEMPRE
14-10-2022
La STORIA di Pierluigi COLLINA ||| Il miglior ARBITRO di SEMPRE
Chi è stato in campo in una finale Mondiale,  finale di Champions, finale olimpica, in Real Madrid-Barcellona, Argentina-Inghilterra, Germania-Inghilterra, Inter-Juve, Milan-Juve, derby di Milano, derby di Roma, Torino, Genova? Nessuno. Anzi, uno sì. Il più bravo di tutti: Pierluigi Collina.  C'era lui quando Ronaldo il Fenomeno segnò tre gol a Old Trafford, o quando Ronaldinho incantò con un balletto la difesa del Chelsea, o quando l'Inghilterra segnò cinque gol in casa della Germania. È uno dei pochi ad aver fischiato un fallo da rigore commesso da Cristiano Ronaldo nel match inaugurale degli Europei 2004, Portogallo-Grecia. Collina è un personaggio a metà tra un film di Clint Eastwood e uno di Quentin Tarantino, un eroe solitario – perché l'arbitro è per forza un uomo solo - con una personalità debordante, sguardo magnetico, fisionomia da Avenger e in particolare un dettaglio inconfondibile – la calvizie – che negli anni è diventata un punto di forza e l'ha reso una celebrità di fama mondiale. Prima di imporre in tutto il mondo la sua proverbiale pelata che l'ha fatto finire sulla homepage del celebre sito pirata RojaDirecta e sulla copertina di Pro Evolution Soccer – primo e unico arbitro a riuscirci – Collina è un uomo che ha sofferto, è sceso a patti con la sua malattia e si è disegnato una traiettoria spaziale attraverso due stelle polari: lo sport e le regole. Un esempio di vita, un uomo che, come i più grandi calciatori e allenatori, ha aiutato il suo sport a migliorare.
Il GENOA dei MIRACOLI ||| L'IMPRESA di Anfield
21-09-2022
Il GENOA dei MIRACOLI ||| L'IMPRESA di Anfield
Quando Claudio Ibrahim Vaz Leal Branco accarezza con le mani il pallone al minuto 43 del secondo tempo di Genoa-Liverpool, ispezionandolo per cercare il punto esatto in cui calciarlo, è come se tutti i quarantamila sugli spalti respirassero con gli stessi polmoni. Anzi, non respirassero affatto, perché è un momento che impone di trattenere il fiato. Anche il pallone, a suo modo, respira, attraverso la valvola per il gonfiaggio, che secondo molti è il segreto delle punizioni dei brasiliani. Un colpo fortissimo di esterno, anzi con le “tre dita” esterne del piede, secondo una tecnica portata all'attenzione del mondo dal grande Roberto Rivelino negli anni Settanta. Un colpo secco con le tre dita e la palla prende traiettorie imprevedibili e velocissime, imparabili. Branco è uno dei massimi specialisti al mondo: ai Mondiali 1990 ha mandato all'ospedale il povero scozzese MacLeod, abbattuto in barriera da un suo missile durante Brasile-Scozia. Due suoi tiri mancini dalla distanza hanno fatto da sigla di testa e coda per il miglior Genoa di sempre, quello 1990-91, che per la prima volta nella storia si è qualificato in Coppa UEFA. A novembre 1990 la punizione che è valsa la vittoria nel derby contro la Sampdoria ed è finita sulle tessere degli abbonamenti per la stagione successiva. A maggio 1991 la fucilata contro la Juventus all'ultima giornata, una sorta di spareggio-UEFA che per la prima volta dal 1962 ha tenuto fuori dalle Coppe i bianconeri, solamente settimi. Ma c'è un problema: siamo a inizio marzo e in questa stagione Branco non ha ancora segnato nemmeno un gol. Anche se tre giorni prima, nella disfatta al Delle Alpi sempre contro la Juventus, ha avuto occasione di prendere la mira all'ultimo minuto: palo interno. Perciò questa punizione, non c'è dubbio alcuno, la tirerà lui. Ma se il primo scudetto del Doria è arrivato a coronamento di un decennio straordinario, in cui sotto la guida di Paolo Mantovani e Vujadin Boskov hanno fatto collezione di coppe Italia e finali europee, il Genoa ha dovuto sudarsela come da tradizione. A capo della società c'è Aldo Spinelli, un imprenditore di Genova che eccelle nel campo dei trasporti di merci, sia su gomma che via nave: ha acquistato il Genoa nel 1985, in serie B, e ha faticato parecchio prima di trovare la rotta. Nei momenti di esaltazione, comunque piuttosto rari se sei il presidente del Genoa, la mente torna spesso al pomeriggio del 19 giugno 1988, quando il Grifone aveva giocato un vero e proprio spareggio per non retrocedere in C a Modena, con un caldo infernale. E aveva vinto 3-1, e aveva mantenuto la categoria, e tutti si erano giurati: mai più. L'anno dopo in panchina si era seduto un altro uomo di mare, il Professor Franco Scoglio da Lipari, e il vento era girato: promozione nel 1989, salvezza nel 1990. E poi Spinelli era riuscito a portare a Genova uno degli allenatori più bravi e sottovalutati dell'intero calcio italiano: “il mago della Bovisa”, Osvaldo Bagnoli, l'uomo del miracoloso scudetto del Verona 1985, poi retrocesso in B cinque anni dopo. Non un fuoriclasse delle pubbliche relazioni, l'Osvaldo, sempre improntato a un realismo brutale, allergico alle iperboli, ai proclami, ai voli pindarici. Tanto che Gianni Brera gli ha regalato un soprannome che era tutto un programma: “Schopenhauer”, non il più allegro dei filosofi. Un uomo introverso, umile, che non si vergogna di dire che ha preso la terza media a 26 anni: ma certamente non uno stupido. Un grande allenatore che estrae il massimo dalla coppia Aguilera-Skuhravy e dalla sapiente regia difensiva del libero Gianluca Signorini, passato dal Parma di Sacchi alla Roma di Liedholm fino all'Osvaldo che a partire da lui disegna il terzo attacco del campionato, cinque gol in più del Milan di Sacchi, quelli che in teoria fanno il calcio-spettacolo.
Michel PLATINI alla Juventus || Il TRASFERIMENTO del RE a Torino
06-09-2022
Michel PLATINI alla Juventus || Il TRASFERIMENTO del RE a Torino
L'Avvocato Gianni Agnelli e la Francia hanno sempre avuto un rapporto privilegiato. Dalle parti di Casa Agnelli affiora ogni tanto una battuta che, come tutte le battute, possiede sempre un fondo di convinzione in chi la pronuncia: “Il Piemonte non è una regione della Francia, è la Francia che è una regione del Piemonte”. Tanto addirittura da sposarsi, in Francia, con Marella Caracciolo, precisamente nel castello di Osthoffen, vicino Strasburgo, il 19 novembre 1953. Ma un anno prima, sempre in Francia, ha avuto l'incidente che gli ha cambiato la vita. Pochi giorni dopo Ferragosto, al culmine di un'estate leggendaria in Costa Azzurra, dedicandosi a una delle sue grandi passioni – l'altra è il calcio. Si trova su una Fiat station-wagon in compagnia di Anne-Marie d'Estainville, bellissima ragazza di 17 anni al debutto in società: insieme a lei sta tornando da una festa organizzata dal banchiere ungherese Arpad Plesch. Per lei ha litigato con la sua compagna di allora, Pamela Digby, già ex moglie dell'unico figlio di Winston Churchill. Dopo una scenata di gelosia Gianni Agnelli esce dalla sua villa di Beaulieu insieme ad Anne-Marie, schiaccia a fondo l'acceleratore e sulla statale 98 che collega Nizza a Mentone – chiamata appunto la Basse Corniche – fa un frontale con un furgoncino Lancia su cui sono a bordo quattro macellai, nella più classica delle contrapposizioni tra quelli che si sono già svegliati per andare a lavorare e chi invece non è ancora andato a dormire. Il camioncino viene sbalzato contro una parete di roccia: due dei quattro passeggeri perdono la vita. L'auto è in frantumi. La ragazza esce quasi illesa, soccorsa e portata via prima dell'arrivo della polizia dall'auto di un altro suo amico che aveva partecipato alla festa. Ma l'Avvocato non ne esce indenne: la gamba destra è fratturata in sette punti diversi. Trasportato alla clinica Lutetia di Cannes, finisce sotto i ferri per parecchie ore e l'intervento non riesce bene, tant'è che sarà costretto a nove mesi di immobilità, prima che l'amputazione della gamba venga scongiurata dal professor Achille Dogliotti, fuoriclasse della chirurgia torinese. Come eterno ricordo di quella serata, una menomazione permanente alla gamba che lo costringerà ad aiutarsi sempre più spesso con il bastone – un bastone molto dandy, in pieno stile Agnelli.
Le QUALIFICAZIONI più ASSURDE della STORIA DEL CALCIO ||| 17 novembre 1993
30-08-2022
Le QUALIFICAZIONI più ASSURDE della STORIA DEL CALCIO ||| 17 novembre 1993
17 novembre 1993 Tutto in una notte, l'ultima notte europea di un vecchio calcio, di un vecchio sistema. Prima che l'Unione Sovietica e la Jugoslavia si dividessero in mille frammenti, l'ultima notte della Cecoslovacchia, l'ultima notte di qualificazione a un Mondiale a 24 squadre, con molti meno posti disponibili. La notte che cambierà la vita di almeno cinque persone diverse. DAVID GINOLA SANTIAGO CANIZARES DINO BAGGIO PAUL BODIN DAVIDE GUALTIERI Oltre a quello della Germania campione uscente, l'Europa ha dodici posti: le prime due di ognuno dei sei gironi di qualificazione. L'Europa sta cambiando profondamente: già dall'Europeo 1996 ci saranno molte nazionali in più, la frammentazione della Jugoslavia e dell'Unione Sovietica porterà una quindicina di nuovi Paesi. Qualificazioni strane. La prima europea a qualificarsi aritmeticamente è stata non l'Italia, non la Spagna, non l'Inghilterra, non l'Olanda... ma LA GRECIA, al suo primo Mondiale nella storia. Poi la Russia, che non è più URSS, non ha più la scritta CCCP sulle maglie, ha cambiato bandiera... ma si è qualificata. Poi qualcun'altra alla spicciolata, la Norvegia che è clamorosamente seconda nel ranking FIFA. Una settimana fa è capitato alla Svezia, altra squadra da tenere d'occhio, come tutte quelle del Nord Europa. La sera del 17 novembre 1993 ci sono ancora otto posti da assegnare e sono ancora tante le squadre in ballo: ci sono l'Inghilterra, l'Olanda, il Portogallo, la Francia, la Spagna, il Belgio, i campioni d'Europa della Danimarca... L'ITALIA! Capitolo 1 Inghilterra L'Inghilterra deve seppellire di gol San Marino, vincendo con almeno 7 gol di scarto, e sperare che l'Olanda perda in Polonia: il Daily Mirror ha promesso 10mila sterline (circa 25 milioni di lire) ai polacchi se batteranno l'Olanda. La serata inizia in modo grottesco, con il gol di Davide Gualtieri su sciagurato errore di Stuart Pearce, con gli inglesi che riescono a prendere gol da calcio d'inizio a favore dopo 8,3 secondi, che per 24 anni rimarrà il gol più veloce della storia delle qualificazioni mondiali, battuto da Christian Benteke contro Gibilterra, 8,1 secondi, nel 2017. Quando due anni dopo sarà la Scozia a venire a giocare a San Marino in una partita di Qualificazioni Europee, i tifosi scozzesi indosseranno t-shirt con la scritta “GUALTIERI, EIGHT SECONDS”, e lui stesso verrà coinvolto in infiniti giri di bevute gratis. L'Olanda soffre per un tempo, anche se in Polonia sono molti più gli olandesi che i polacchi, poi è una doppietta di Dennis Bergkamp a chiudere il discorso. L'Inghilterra è fuori da un Mondiale dopo 16 anni. Graham Taylor, il ct famigeratamente noto con l'appellativo di “testa di rapa” presso i tabloid” dopo l'eliminazione ai gironi di Euro 1992, verrà silurato e sostituito da Terry Venables. Capitolo 2 Galles GRUPPO 4 Belgio 14 Romania 13 Cecoslovacchia 12 Galles 12 Belgio-Cecoslovacchia (Bruxelles) Galles-Romania (Cardiff) Cecoslovacchia ha ancora chances? Se vince sì, anche se politicamente non esiste più da Capodanno... Se il Galles batte la Romania di due gol di scarto è dentro, ma è dentro anche con una semplice vittoria se la Cecoslovacchia non vincerà in Belgio: e la partita finirà 0-0. un mix di vecchi giocatori, come Mark Hughes (squalificato), Ian Rush o il portiere Neville Southall, da 10 anni portiere dell'Everton, con la new wave rappresentata da gente come Ryan Giggs o Gary Speed. Tutto il Regno Unito guarda con simpatia al piccolo Galles, che non va ai Mondiali dal 1958 – quando fu eliminato ai quarti dal Brasile, 1-0 gol di Pelé, e ha ricevuto telegrammi di incoraggiamento da Lady Diana, George Best, il primo ministro inglese John Major. Il Galles non perde a Cardiff Arms Park dal 1910. Dean Saunders: “Ho giocato 850 partite nella mia carriera, quella contro la Romania è stata sicuramente la più dolorosa”. Confronto di stili tra il calcio rumeno piuttosto cadenzato, con artisti come Hagi e signori giocatori come Raducioiu, Munteanu (
La NOTTE in cui l’ITALIA scoprì ANTONIO CASSANO ||| Una stagione da DIO
23-08-2022
La NOTTE in cui l’ITALIA scoprì ANTONIO CASSANO ||| Una stagione da DIO
Questa rubrica si chiama “Una stagione da Dio” e quindi per definizione dovrebbe raccontare i momenti brevi ma intensissimi in cui squadre medio-piccole, per un anno intero, hanno vissuto la vertigine dell'alta classifica, di una finale di Coppa, eccetera eccetera. Ma sappiamo bene che ci sono tante altre squadre che non sono riuscite a raggiungere nemmeno il penultimo scalino verso il paradiso. Per esempio, il Bari. Bari è la città italiana più grande a non aver mai partecipato alle Coppe Europee. 317 mila abitanti, uno degli snodi commerciali più importanti del Mediterraneo, ma mai una qualificazione: miglior piazzamento in serie A, un settimo posto nel 1947. Qualche volta ci aveva anche provato, per esempio all'inizio degli anni Novanta, quando aveva speso oltre dieci miliardi per portare in Italia un ottimo giocatore come David Platt, stella dell'Inghilterra ai Mondiali di Italia '90: era finita con un'incredibile e amarissima retrocessione in serie B. Da quel momento la proprietà dei Matarrese aveva deciso di non fare più il passo più lungo della gamba, non volendo più andare, nella migliore delle ipotesi, oltre una monotona permanenza nella colonna di destra della classifica. Il Bari è una delle squadre yo-yo per eccellenza del calcio italiano, una lunga serie di promozioni e retrocessioni e poi ancora promozioni e retrocessioni. Non ha mai avuto una vera “stagione da Dio”, al massimo una lunga serie di giornate e serate di grazia da raccontare ai nipotini. Questo è il grande cruccio dei tifosi baresi, a cui sono sempre state negate le emozioni provate da piazze più piccole, che so, Parma, Udine, Vicenza, Bergamo... Eppure, almeno per una notte, freddissima e caldissima insieme, dalle “finestre” del San Nicola – lo stadio-astronave di Renzo Piano – sembrò spalancarsi il mare di un futuro diverso.
La partita FANTASMA ||| Cile-URSS 1973
10-08-2022
La partita FANTASMA ||| Cile-URSS 1973
Questa è la storia di un no. Di una serie di no. Missing (1982) di Costa Gavras, con Jack Lemmon e Sissy Spacek – nel cuore della notte di una Santiago desertificata dal coprifuoco, vediamo correre un cavallo bianco inseguito da una camionetta di soldati, una scena assurda e poetica insieme, una specie di quel realismo magico sudamericano, un'atmosfera sospesa in una realtà squallida e disperata. il film racconta la storia del giornalista americano Charles Horman, freelance che viveva in Cile con la moglie, ucciso nei sotterranei dello stadio Nacional di Santiago, il 19 settembre 1973, e sepolto all'interno di un muro Salvador Guillermo Allende Gossens, il primo presidente dichiaratamente marxista a essere stato eletto in uno stato americano, eletto nel 1970 a capo di una coalizione di sinistra. Attira tante simpatie in tutto il mondo, ma il suo è un governo debole fin da principio, soprattutto perché le sue drastiche riforme sociali ed economiche piacciono sempre meno ai potenti del mondo. Soprattutto il programma massiccio di nazionalizzazioni che sottrae al controllo degli investitori esteri – leggi, gli USA – le miniere di rame, una delle principali risorse del Paese. Alle sette del mattino dell’11 settembre 1973 alcune navi della Marina militare cilena occupano il porto di Valparaíso, sull’Oceano Pacifico, mentre a Santiago le forze aeree e i carri armati dell’esercito fanno scattare l'”Operazione silenzio”, bombardando le sedi e le antenne di tutte le stazioni radio e tv. Alle 8.30 le forze armate dichiarano di aver preso il controllo del Cile. Le guida Augusto Pinochet, che Allende – ritenendolo un militare tutto d’un pezzo e fidato – ha nominato generale capo dell’esercito nemmeno un mese prima. Alle due del pomeriggio è tutto finito: Allende viene rinvenuto senza vita nel suo ufficio, ucciso da alcuni colpi di AK-47, un fucile regalatogli da Fidel Castro, con cui si è sparato due colpi (alla testa?).
L'ADDIO di Shevchenko al MILAN III Il DIVORZIO più doloroso
18-07-2022
L'ADDIO di Shevchenko al MILAN III Il DIVORZIO più doloroso
“E la chiamano estate/questa estate/senza te”. Bruno Martino, 1965 – materiale da boomer qui su Youtube. Una colonna sonora malinconica, struggente, che avrete sentito forse in qualche spot pubblicitario, o nel Divo di Paolo Sorrentino. L'ideale per raccontare questa storia che non è solo una storia di calcio, di calciomercato; ma è anche uno stato d'animo, la fine di un amore, venata dal fastidio nel prendere atto che niente dura mai in eterno, men che meno le relazioni tra un calciatore e una società – qualunque calciatore. È il momento in cui migliaia di giovani milanisti in tutto il mondo persero l'innocenza, e diventarono tifosi adulti. A dire il vero, qualche segnale c'era già stato. Ma chi se ne sarebbe mai accorto? Per esempio, chi poteva sospettare qualcosa il 30 aprile 2006, quando il Milan a San Siro stava affrontando il Livorno per blindare il secondo posto che valeva l'accesso diretto alla fase a gironi di Champions 2006-2007 – forse... A metà secondo tempo Andriy Shevchenko, il capitano, viene sostituito da Alberto Gilardino. Una brutta reazione, con un labiale chiarissimo all'indirizzo di Ancelotti. Poi qualche giorno dopo chiede scusa, intercettato – no intercettato no, se parliamo del 2006 è meglio cambiare verbo – incrociato al Golf Club di Tolcinasco, appena fuori Milano, dove si trova per gli Open d'Italia di golf. “Devo chiedere scusa al pubblico perché non ho fatto benissimo. È tutto ok, il mio sogno è quello di rimanere al Milan. Tutti gli anni si sentono le stesse cose, di Abramovich e del Chelsea, ma il mio sogno è quello di rimanere al Milan”. È tutto ok, giusto? Fermi, fermi. Cos'è questa storia del Chelsea? Una lunga storia. Iniziata nel 2004, quando Roman Abramovich – proprietario del Chelsea da un anno – ha assunto José Mourinho, l'uomo che ha cambiato per sempre la storia del club. Col passare dei mesi si è messo in testa di regalargli l'attaccante più forte del mondo, che proprio nel 2004 avrebbe vinto il Pallone d'Oro. E lo sapete come sono questi presidenti miliardari: più gli dici di no, più s'incaponiscono. Abramovich è ottimo amico di Shevchenko, non solo per ragioni fonetiche, ma sta anche pazientemente lavorato di sponda con sua moglie, Kristen Pazik, modella americana, nata a Minneapolis, figlia di un ex giocatore di baseball professionista, prospettandole uno stile di vita principesco a Londra. Ma il Milan ha sempre fatto orecchie da mercante alle richieste del Chelsea, e nemmeno Sheva ha tutta questa voglia di dare un dispiacere a una società a cui è legato anche sentimentalmente. Motivi di cuore, anche nel senso letterale del termine. Nel 2001 il Milan aveva praticamente salvato la vita a suo padre: Berlusconi aveva mandato un aereo a Kiev a prelevare il signor Nikolaj e affidarlo uno dei più grandi cardiochirurghi italiani, Mario Viganò, professore alla Clinica San Matteo di Pavia. Tempo dopo gli aveva anche venduto un terreno ad Antigua, su un promontorio dove Sheva ha fatto costruire una villa a poche centinaia di metri da quella del Cavaliere. Poi il 29 ottobre 2004 era nato il piccolo Jordan, alle ore 22:35: lo stesso orario in cui era nato Andriy, alle 22:35 del 29 settembre 1976. Lo stesso giorno in cui era nato Berlusconi, il 29 settembre 1936, 40 anni prima... ...e Sheva aveva festeggiato il lieto evento nel modo che gli riusciva meglio, ovvero facendo gol, alla Sampdoria, meno di 24 ore dopo. Aveva passato la notte in bianco, aveva dormito un'ora, dall'una alle due del pomeriggio, era entrato dalla panchina e aveva segnato il gol decisivo, inesorabilmente, una macchina perfetta, e poi tutti a fare il gesto della culla. E un anno dopo Berlusconi era stato ben felice di fargli da padrino, battezzato alla Chiesa San Vincenzo di Cernobbio il 5 settembre 2005: un padrino solo virtuale, perché la diocesi non gli aveva permesso di esserlo ufficialmente, essendo Berlusconi divorziato.
ANCELOTTI al MILAN ||| Il maestro della CHAMPIONS
13-07-2022
ANCELOTTI al MILAN ||| Il maestro della CHAMPIONS
Si dice che non bisogna mai tornare nei posti dove si è stati felici. Per un allenatore è ancora più vero. Prendete Sacchi e Capello, che a metà anni Novanta hanno commesso l'errore di farsi prendere dalla nostalgia e sono andati a schiantarsi uno dopo l'altro contro un Milan senza capo né coda. Carlo Ancelotti li conosce bene. Eppure è proprio quello che sta facendo, pensa, mentre si fa lentamente la barba prima di uscire di casa: sta tornando a Parma, di cui è già stato allenatore buono ma non ottimo, non abbastanza per essere confermato, dal 1996 al 1998. A soli 42 anni è già la rappresentazione plastica della parabola discendente. Il Parma sta perdendo colpi, ha venduto Buffon e Thuram alla Juventus e l'idea era di sostituirli soffiando a peso d'oro Toldo e Rui Costa alla derelitta Fiorentina. Ma invano: il blitz non è riuscito, i giocatori hanno rifiutato il trasferimento, Parma rimane sempre una piazza di secondo o terzo piano per i big. Capello, per esempio. Nel 1996 aveva già sottoscritto una bozza d'accordo con il presidente Pedraneschi, aveva già dato il suo assenso informale ad allenare una squadra di smisurate ambizioni a caccia del primo scudetto, era andato a cena a fine marzo per limare gli ultimi dettagli, poi... “mi dispiace, non vengo più”. Leggenda vuole che dopo la cena fosse stato assalito dalla depressione alla vista delle vie del centro, spente e desolate. E allora il Parma dovette ripiegare... su Ancelotti. Mah, tornare a Parma. Ancora pochi mesi e verrà fuori in tutto il suo clamore il gigantesco bluff perpetrato per anni da Calisto Tanzi. È decimo in classifica, a due punti dal quartultimo posto, con giocatori senza sale come Micoud o Milosevic, o incompiuti come Hidetoshi Nakata che la Roma ha sbolognato senza troppi rimpianti, pur essendo entrato nei due-gol scudetto nello scontro diretto contro la Juve... di Ancelotti. Ma che stai facendo, Carletto? Com'è che la discesa sta andando così velocemente? Sei mesi fa eri alla Juventus, è vero, non hai vinto niente, e in Italia se arrivi due volte secondo, magari sommando 144 punti in due campionati come hai fatto tu, sei doppiamente perdente: ti porti dietro non solo la sconfitta, ma anche la puzza di sfiga, la derisione per esserti illuso e poi ritrovato con un pugno di mosche. È questo senso di abitudine alla sconfitta che non dev'essere piaciuto a Moggi e Giraudo, oltre al fatto che Ancelotti non è mai stato uno “di loro”. I tifosi non l'hanno mai sopportato, paragonandolo al maiale: come se maiale fosse un insulto, detto a un emiliano poi. Il suo stile pacioso mal si concilia con quell'attitudine da coltello tra i denti che bisogna avere quando alleni la Juventus. Al passivo anche un grave errore di valutazione, il non accorgersi che Thierry Henry non era un semplice esterno, da schierare a volte addirittura a tutta fascia, ma qualcosa di più. Eppure, se ci fosse stata la pazienza e l'attenzione di osservare bene, ci si sarebbe accorti dell'ottimo lavoro fatto sul giovane Zambrotta, del lustro restituito a Zidane dopo la stagione anonima post Francia '98, della ricostruzione di Del Piero che era finito sotto un treno dopo l'infortunio al ginocchio e gli errori davanti a Barthez nella finale di Euro 2000. Invece è stato cacciato in malo modo, al culmine di una conferenza stampa farsesca che era iniziata con gli applausi dei giornalisti, un onore che non era mai stato riservato nemmeno a Trapattoni, ed era finita con Moggi che dava la colpa dell'esonero di Ancelotti alla carta stampata. Eppure a nemmeno quarant'anni era stato scelto per dare ordini al meglio del meglio che c'era in Italia allora, Del Piero e Zidane, Trezeguet e Pippo Inzaghi. A proposito, Pippo, come l'hai tirato male quel rigore.
La storia della CHAMPIONS LEAGUE
30-06-2022
La storia della CHAMPIONS LEAGUE
Si è da poco conclusa l’ultima della Champions League e se oggi siamo qui a commentare lo spettacolo di una delle competizioni più spettacolari al mondo, lo dobbiamo a due fattori: un’amichevole e un articolo di giornale. Oggi vi spieghiamo tutto, partendo dall’inizio. Il 13 marzo del 1954, in una sfida al Molineux  di Wolverhampton, i padroni di casa sconfiggono per 3-2, davanti a sessantamila inglesi in visibilio, i maestri ungheresi dell’Honved, che potevano contare su ben sei degli undici magiari, che un anno prima avevano sconfitto con un netto 6-3 l’Inghilterra a Wembley. Nella formazione dell’Honved c’è anche uno dei calciatori più forti di tutti i tempi, Ferenc Puskas, e la rimonta del Wolverhampton, dallo 0-2 al 3-2, convince il tecnico Stan Cullis  a prendere da parte i suoi e a definirli “campioni del mondo”, sullo slancio degli altri successi ottenuti in amichevole contro il Racing Club e lo Spartak Mosca. La dichiarazione viene raccolta da David Wynne-Morgan che la utilizza come titolo per il suo articolo di resoconto del match, pubblicato dal Daily Mail.  A svariati chilometri di distanza, l’ex calciatore della Nazionale francese Gabriel Hanot si ritrova tra le mani una copia del Mail. È stato un personaggio irripetibile, Hanot. Difensore dei Galletti nel periodo pre Prima guerra mondiale, aveva poi servito lo stato in guerra, durante la quale si era distinto come pilota d’aereo, e per una fuga da un campo di prigionia tedesco. Aveva fatto in tempo anche a essere nuovamente convocato per la sua dodicesima presenza, da capitano, contro il Belgio, nel 1919, ma la sua carriera si era interrotta bruscamente per un incidente aereo che non gli era costato la vita, ma purtroppo la sua attività da calciatore sì, Infine, dopo il conflitto, aveva assunto l’incarico di consigliere tecnico della Francia, mantenendo però un bizzarro doppio ruolo come firma de L’Equipe e di France Football. Dopo una sconfitta contro la Francia, nel 1949, stilò un articolo durissimo in cui criticava i suoi giocatori e affidava a un editoriale anonimo la richiesta del suo stesso esonero, peraltro poi effettivamente arrivato.  Quando legge dei Wolves campioni del mondo, Hanot ha un sussulto. Capisce prima del resto del mondo che c’è bisogno di mettere in piedi una competizione tra le principali squadre europee per assegnare un titolo che non sia soltanto platonico. E lo scrive sull’Equipe, dando il via alla rivoluzione. La Mitropa Cup, ideata nel 1927, veniva ritenuta da Hanot un test troppo poco probante. E proprio Hanot aveva già provato a dare vita a qualcosa di grosso con la Coppa Latina, competizione mai riconosciuta dalla Fifa, alla quale prendevano parte i campioni nazionali di Francia, Italia, Portogallo e Spagna: l’Equipe era stato tra i promotori principali della proposta lanciata da Santiago Bernabeu, presidente del Real Madrid. Ma serviva qualcosa di nuovo: secondo il francese, non si poteva assegnare al Wolverhampton una definizione così importante, non senza vedere gli inglesi alle prese con Real Madrid o Milan.